martedì, 26 dicembre 2006

I

Disabili lasciati soli a dipingere animali zoofili inesistenti in comunità marinare e in stabilimenti balneari pieni di galeotti con cicatrici ai denti che parlano di variazioni climatiche  gustandosi gelati macchiati di vernice fresca bruciata da mille fenici infernali fuoriuscite da tubi di gas stimolati da guerre intergalattiche tra animali zoofili disegnati da quei disabili carichi di lsd creato dalle 23esima molecola di un organismo in decomposizione morto di fame chimica e sete nucleare. Musicisti blues che si impiccano con corde di contrabbasso in locali malfamati parigini dai muri di gommacera usati per far rimbalzare bicchieri crinati da inondazioni mentali di fanatici ubriacano nazionalisti. Babbi natale vestiti da transessuali sieropositivi odoranti di lacca e morfina avariata che pregano divinità aliene e sbavano su cocomeri di lava ululando alle stelle morenti. Diavoli che mangiano televisori al plasma che trasmettono paranoie di barbieri atei in fin di vita che portano valige colme di capelli bianchi e piume di cigni sgozzati da fiumi di pus fuoriuscenti da infezioni dentali causate da apparecchi alluminio arrugginiti. Orologi in fiamme che chiedono perdono alla razza umana che se ne infischia fischiettando. Jazz e vapore elettrico. Palle da biliardo disposte in modo planetario così da indurre in tentazione astronomi drogati con la smania del gioco. Dentisti e liutai che giocano al dottore con martelli pneumatici e tubi rubati ad idraulici in un equatore interplanetario situato sulla palla numero 8 spezzatasi cadendo da grattaceli in polvere afrodisiaca distribuita in acque infette da sudore idraulico. Vecchi che si chiedono come sboccia un fiore e fiori che si chiedono cosa significhi invecchiare. Sfingi di plastica che creano castelli in sabbie secche alimentate da piante carnivore e crocifissi erbivori. Bambole di cemento artificilale rendono felici i bambini in treni diretti al centro degli otto venti. Montagne impassibili da millenni vorrebbero muoversi, tremare, rimpicciolirsi. Zoo in vendita in micromondi esplorati da batteri fuoriusciti dagli infiniti starnuti dell’universo che contraendosi scorreggia vita inutile e sempre più affaticata fino a rendere un tutto un niente e fino ad implodere timidezza assoluta e voglia di respirare stando attenti a non dover inghiottire nulla.

II

Sulle scale mobili: Non c’era ne dolore ne negatività; ero solo un bambino sperduto in un mondo di bellezza e non volevo dormire come tutti quelli che mi passavano davanti. Volevo sorvegliare.

 

Fuori dall’ieao: le pallide sagome del tramonto fanno felici i tristi occhi sognatori degli esseri in progressione e movimento. Rose solari che appassiscono in una bellezza folgorante. Fantasmi ad orologeria che scandiscono le fasi di un giorno dimenticato dal tempo. Le luci della notte prendono il sopravvento sulla natura. È la vittoria dell’uomo o il trionfo del proprio limite visivo ed adattativo? Lo spirito d’azione della gente sembra più cauto e silenzioso. L’approssimarsi della cena, a volte, rende l’essere più conscio del piacere e non del dovere. Fiocchi matrimoniali sulle antenne delle auto. Fiocchi che trasportano con se dei ricordi celebrati che il tempo archivierà nel fuoco. Indifferenza paranoica della gente che passa. Bambini in passeggini trasportati da madri inutili che celebrano scandali con altre madri inutili alzando il tono delle loro voci quasi per manifestare la loro superiorità nell’abilità di essere madri inutili. Spicchio di Luna…te ne fotti di tutto ciò!. Io che t’invidio attaccato ad una terra che mai bacerai. Sarà l’unica bocca dell’intero universo a te negata. I miei stivali inesistenti calcano la terra e lasciano le loro impronte. Io ti verrò a trovare, lo giuro. L’inferno è nelle vene corrotte di questo pianeta che non sa illuminare le proprie domande e si rivolge alla carezza insensibile di chi non esiste se non per minima possibilità. Le vene del globo sono cariche di eroina egoistica maltrattante prostituita alla logica razionale dello sviluppo economico. La mia è una maledizione dionisiaca. Avete tutti perso il vero senso della bellezza. Siete prodotti schedati da prezzo e codice a s-barre. Non riuscite a cambiare i vostri numeri di serie se non con volgari manifestazioni di falsa felicità momentanea. Apparteniamo tutti allo stesso oblìo. Voi affogate. Io nuoto. Disperatamente, si. Ma nuoto. Cavalco le vostre acque limitate da spiagge talmente fragili che possono essere spazzate via da una marea mossa da note musicali decadenti e malinconiche. Partorite colori tristi e fiori appassiti. Viviamo in un mondo che è già stato creato e noi siamo la proiezione degli infiniti stati della creazione. L’assurdo è l’artista o il regista. Noi siamo i protagonisti e il tempo il nemico comune. Pascoliamo le nostre fantasie in terreni fertili, nei quali solo pochi seminano arte. In tutti noi scorre un vino che solo a pochi ubriaca per sempre.

 

Giovedì 26 ottobre

 

 

 

III

 

 

Caffè filosofici con puttane presentatrici vestite da tigri del bengala affamate di liquori all’anice e pesche noci lavate con acido sulfurico diluito in amuchine spaziali che discutono di shopenhauer annegando in parole vocabolariesche che stimolano il sesso di vecchi filosofi malati di cancro, gemelli, vergine, bilancia e scorpione. Camerieri da caffè greco guardano le cimici-calamita che giocano a freccette con l’infinito mentre il Dio obeso rotola sulla discesa di via dei priori vestito da palla da biliardo numero 8. Leopardo che succhia il cazzo a Dario mentre discutono di retorica alcolizzata con Eros lanciafiamme drogato da mozzarelle in carrozza investite dalla citroen c2 di sbrilly manifestante strisciante esilarante che sventola sbrit…che sventola,sbrit! Adamo tradisce Eva con Leopardo che sbava meraviglie scientifiche e gira come una trottola impazzita sul tavolo della facoltà di filosofia. Eros sodomizza tutti gli animali dell’arca di noè e diventa animale egli stesso muggendo ululando sbraitando ma muuuu muuuu è il suo suono ideale. “Dio è amore” sborra su rose lavate dall’acqua santa e le regala ad Alberto stai zitto storpio malmenato e ironizzato da clavicembali blues nei cassonetti della facoltà di lettere che scoppia insieme a tutti i tristi laureati del cazzo. Tinterri misura il cazzo ad Edgar Reitz e urla “heimat, heimat…cullami d’immenso nel tuo buco del culo pieno di graffiti preistorici che il tempo mai cancellerà!!!...heimat, heimat…sono la puttana delle stelle, il sassofono del retto anale che risuonerà nel cosmo purificando lo scroto della vergine Maria…renderò l’angelo Gabriele impotente e cristo non rinascerà ancora…e che l’eterno ritono di nietzsche vada a farsi fottere…nel mio eterno ritorno cristo è un mendicante di rose appassite e la madonna una prostituta ebrea che protesta per la vendita libera di droghe e preservativi nelle scuole! Dino Caporicci diventerà il Dante del nuovo secolo…chi lo sa che il vero inferno non l’abbia visto lui? Alberto, oltre ad essere una molecola che prende fuoco, sei anche uno sbirro che gioca a poker con le schede telefoniche.

 Alice che basa la propria esistenza sul nulla si toglie la mascella e me la regala in segno d’amicizia e insieme a Leopardo e Sbrilly balliamo musiche baltiche mentre dario ed eros si inculano fiottando meraviglie bibliche sui pori vasellinati del vescovo di perugia.

Coccodrilli bianchi che seguono lezioni di web e impiccano santi ribelli con cordoni ombellicari staccati dai vari cristi della storia dell’umanità. L’ostetrica di cristo era un transessuale vietnamita rifugiato in Palestina. Si, a volte lo faccio a posta…ma se mi vengono non è colpa mia e se non le scrivo mi sento male e poco libero…se vi disturba cambiate libro o suicidatevi.

Se un giorno verremo a scoprire che cristo si è suicidato come farete a sostituire il simbolo della croce? Vi ho messo in crisi? Suicidatevi, dai! Il vangelo è un angelo con la V per vendetta…i veri angeli sono coloro che vanno contro…una minoranza che fa paura…una minoranza che scatarra cultura sulle vostre teste…avete il mondo in mano grazie alla concezione di paura e peccato…ma se la cultura si espande saremmo noi a farvi paura...Il vero miracolo è la nostra resistenza contro la vostra potenza. Programma di domani: corsa clandestina sul rettilineo che va a san pietro!

 

 

 

IV

 

 

Mi sfamo con inferni di cartone modellati casualmente dallo zolfo uscito dal culo di un cassonetto che puzza ardentemente di piscio mutilato nelle case universitarie che traboccano sesso occasionale tra coinquilini napoletani puzzolenti di detersivo per piatti mal lavati e lasciati marcire al vento freddo autunnale senza sole che soffia e non succhia pelle di leone affamato anch’egli dei miei inferni di cartone che traboccano di ossa plasmate per gioco da pagliacci tristi in circi di pellicole lacerate dalla rabbia di modelle stuprate dal nulla anoressico creato dal dio che caga leggi silenziosamente come un assassino in fin di vita che abbraccia la propria conversione e trasmette ai suoi figli che l’amore è fatto di bugie e compromessi messi in atto per il tradimento che è alla base dei rapporti umani insieme all’egoismo che mangia il grasso e magro in ristoranti rustici 800eschi tra la paglia delle stalle per cavalli senza coda e coscienza che sbraitano affamati anch’essi dei miei inferni di cartone bruciati da piromani ortodossi in boschi scandinavi che dicono bugie alle loro amanti per fumare ortica con sconosciuti e farsi belli con parole anestetizzanti come puttane lasciate libere di comprare motoseghe sperimentali in acciaierie di seconda mano che fabbricano anelli incandescenti per vedove dalle mammelle di capra stuprata dall’egoismo dei parchi senza sole dove si consumano disumanizzazioni alle spalle di organi cardiaci malati in decomposizione forzata dal dolore di una lacrima che si rifiuta di cadere per le vertigini causate dall’altitudine della malvagità umana che copre la sfera celeste dipinta da un imbrattatele alcolizzato che vive in bettole maleodoranti e prega il Buddah obeso pervertito che nasconde la droga nella pancia e la sputa in faccia ai santi borghesi scandalizzati che sodomizzano gli angeli del cazzo con croci d’avorio rubate nei cimiteri degli antichi demoni morti per un’infezione causata dalla vasellina orgiastica degli dèi che dormono in culle lesionate dal terremoto dei loro turbamenti che si riflettono nel mondo degli uomini creando esseri senza sesso e religione che spargono la propria merda su giardini purificati dal pianto delle stelle cadenti ferite dall’universo senza spazio che si estende fino a rompersi il filetto che regge il suo sesso buttato in un buco nero e scaricato, recuperato, divorato e messo negli scatoloni infernali che gentilmente mi mangio per assorbire me stesso nel vuoto che non conosco, che mi opprime e mi fa fuggire da tutto e da tutti.

postato da: 2Andy3 alle ore 15:09 | Permalink | commenti (2)
categoria:
martedì, 26 dicembre 2006

Girava in senso antiorario ed era luminosissima. Un sole nella notte. Piccoli corpi innocenti cavalcavano cavalli di plastica paralizzati dalla volontà di rappresentazione di colui che li aveva costruiti e pitturati. Una semplice giostra come tante se ne vedono. La musica che sprigionava era simile a miliardi di pentole rotte e arrugginite che distrattamente cadevano  dalle mani di mille massaie alle prese con i soliti lavori di casa. Immaginavo queste donne con una vestaglia bianca sporca di qualche ordinario ingrediente. Immaginavo queste donne dominate dal senso del dovere che scaturisce dal non pensare. Tutto ciò per il momento non era importante. Decido di abbassare nella mia mente il volume sonoro di quelle pentole rotte e di far sfumare l’immagine delle massaie per potermi concentrare al massimo sulla giostra che gira. I piccoli corpi cavalcanti erano divenuti anch’essi di plastica. Sembravano immobili. Come i loro genitori che li guardavano da fuori. Senza sorridere. I visi dei bambini di plastica erano tutti uguali; capelli rossi, lentiggini, rughe vistose e denti rovinati. Sentivo i loro occhi posati su di me. La giostra continuava a girare e i loro sguardi, accompagnati da un macabro sorriso reso ancora più agghiacciante dai loro denti rovinati, si posavano su di me come sanguisughe denutrite. Non  il solito flash. Non  il solito viaggio. Mi venne in mente una frase che Aky disse una notte in cui avevamo fumato parecchio olio di hascisc; “gli indiani bevevano le loro malattie”. È stata l’unica volta che ho sentito da Aky una frase così maledettamente inquietante.  Li per li suonava un po’ assurda e illogica, ma ciò non era poi molto importante. Lo stupore nel mio viso, però, era lo stesso. Il freddo nelle tempie, forse, più pungente. Volevo abbandonare quello scenario assurdo, quella giostra e tutto l’orrore che mi si poneva davanti. Guardavo con la coda dell’occhio la gente che passava e non so perché, ma mi misi ad inseguire una giovane coppia; erano i classici fidanzatini che si tengono per mano e non parlano. Studiando attentamente il movimento delle loro gambe  mi sono chiedo se anch’io camminavo in quel modo. Non c’era niente di strano nel loro deambulare ma in quel momento mi sentivo costretto ad andare oltre alla semplice apparenza e quindi giudicavo assurdo quel normalissimo mettere un piede davanti all’altro per andare avanti e raggiungere qualche mèta. Ad un certo punto mi accorgo di essermi allontanato dalla giostra e di trovarmi davanti ad un disco-pub del centro di Perugia. Il rock castle. Sasa e Aky mi chiamano per sapere dove cazzo mi trovavo e io gli rispondo logicamente “al rock castle”. In cinque minuti arrivano ed entriamo. Il locale si presenta come sempre accogliente e sia i gestori che le cameriere ci conoscono bene grazie alla nostra assidua presenza sui divanetti bianchi davanti al bancone. Ogni volta che vengo al rock castle e mi siedo sul solito posto, penso alle labbra di Viola. Si, le sue labbra che sfiorano le mie. Un’arco che sfiora un violino. Il sole che si posa su un albero.

 Ordiniamo tre long island come al solito. Tanto per cominciare. Ci serve la solita giapponesina quarantenne che mi fa pensare ad una geisha esperta nelle arti sessuali e costantemente mi viene una moderata erezione quando scuote i contenitori di ferro per fare qualche cocktail. Il drink è pronto in due minuti e torniamo a rilassarci le chiappe sui nostri divanetti bianchi. Ancora Viola. Prepotentemente Viola nella mia testa. In sottofondo “like a stone” degli audioslave. Aky beve velocemente e ogni 3 secondi guarda il telefono. Sasa simula l’assolo di Tom Morello e sono sicuro che in quell’istante aveva i coglioni tremanti e le gambe tese. Io bevevo lentamente il mio drink scuotendo la testa e guardando ardentemente le tette della cavalla bionda che serve il rum e pera ai tavoli. Avevo voglia di afferrarle una tetta e intingerla nel succo alla pera per poi leccarla e bere a tonfo tutta la bottiglia di rum e i long island di Aky e di Sasa. Un triste Kurt Cobain che canta tutta la sua disperazione mi risveglia dal coma vigile causato dall’es freudiano e penso solo a Kurt e a come sia strano sentire la voce di una persona che non c’è più. Non è come vedere una foto o sentire i racconti di mio nonno sui nostri antenati. La voce è qui, è presente. Vive e tutti la riconoscono. Te lo puoi immaginare in studio di incisione mentre si sposta una ciocca bionda ed esclama “when the lights out!”. In quei momenti vorresti bere tutto il rum di questo mondo. Aky canta e beve con affanno il drink mentre Sasa sputa saggezza su come si possono fare belle canzoni con poche note. I long island sono finiti e ordino alla mia  geisha tre gin lemmon. Arrivano in due minuti e continuiamo a bere senza tregua mentre il dj del locale spara a mille “freak on a leash” dei Korn. Usciamo a fumarci una canna o forse due. Aky guarda Sasa mentre rulla e gli chiede se è la “trip” o la “early girl”. Sasa sorride in modo bavoso e capiamo che si tratta della “trip”. Consumato il germoglio della felicità, rientriamo al rock castle. Il dj non fa a tempo a far partire “change” dei Deftones che già Aky ha la testa dentro il suo gin lemmon. Aky, il rock castle dovrebbe farti socio onorario, ci hai lasciato lo stipendio di un avvocato nel giro di pochi mesi!. Alcolizzato!. Aky ride e morde la cannuccia violentemente. Una medusa a Las Vegas. Il locale si è riempito e sembra un formicaio. Vedo solo le teste e sembrano tutte uguali. I chemical brothers sembrano schiacciare il mio cervello lasciando intatte le percezioni ottiche. Il viaggio è cominciato. Sasa batte il tempo con le mani sulla mia schiena e gesticola con la sua grossa testa. Decido di uscire cinque minuti per fumarmi una sigaretta e vado all’entrata del pozzo etrusco. Li mi siedo e guardo la gente passare. Il mio “caro e amato” nulla. Tutti hanno delle croci e se le portano sulle spalle. Chi non è stato crocifisso dalle leggi che detta la società lo sarà tra poco. Ho la nausea di questi insetti divinizzati. Alla destra del duomo c’è una grande impalcatura che mi fa pensare a qualcosa di rotto e da aggiustare. Forse da rifare del tutto. Immagino un operaio alle prese con il proprio lavoro e con la propria abitudine. Mi vengono in mente quelle maledette massaie e arrivo a capire che nessuna di loro ha accettato la propria condizione e nemmeno l’operaio che, forse, domani porterà sulle sue spalle la stessa croce e non alzerà mai gli occhi verso il cielo per domandarsi se ciò che sta facendo è giusto o sbagliato o se per lui c’è un destino migliore. Non è concesso a tutti guardare il cielo e capire quanto siamo piccoli, microscopici e inutili. Se l’operaio guardasse il cielo o lo volesse raggiungere interrogando se stesso e l’infinito non sarebbe più un operaio. Non sarebbe più l’umile schiavo dei vertici della maledetta società del cazzo. Sarebbe un semi-dio. E ciò agli dèi che ci governano non andrebbe giù. E qui subentra la necessaria accettazione del proprio limite e del proprio essere. Ma ciò al momento non importava.

La sigaretta era finita da più di un quarto d’ora e Aky e Sasa mi stavano aspettando sul divanetto bianco. Viola, esci dalla mia testa, ho reso divine le tue labbra e nulla di più!. Rientro dentro. Sasa e Aky affogano lentamente dentro altri due long island e sono stati così gentili da prenderne un altro anche per me. Lo faccio fuori nel giro di pochi minuti e comincio a schlerare del brutto con un gruppo di fiche che nel frattempo si erano sedute vicino a noi. Tiro fuori dalla mia grossa bocca, rivolta alle loro facce, frasi senza senso in falsetto e poi mi rigiro verso Sasa e Aky con aria soddisfatta e con la solita faccia da testa di cazzo che ho quando sono in botta. Le fiche si guardano con aria impaurita ed intrigata. Cominciano a farmi domande ma gli dico che risponderò alle loro richieste se mi offrono un altro long island. Mi mandano a cagare, ma dopo cinque minuti una di loro si presenta col nero nettare dal forte sapore e dall’alto tasso alcolico. Fantastico!. Ne bevo mezzo bicchiere e lo passo ad Aky e Sasa che gradiscono sorridendo e guardandomi con occhi a pesce fracio. Il bello di Aky e Sasa è che dalle 20 alle 22 puoi farci discorsi seri. Dopo le 22.30 leccano l’asfalto e gettando vino rosso sulle teste dei cani. Credo che anche loro pensino la stessa cosa di me. Nel preciso istante in cui ho passato il long island ad Aky e Sasa pensavo alla vita di quelle fiche che si trovavano dietro alle mie spalle e ci vedevo tanta tristezza e tanta solitudine. Pensavo alla loro gentilezza nell’offrirmi un drink senza conoscermi. Forse lo hanno fatto per rimorchiarmi. Forse solo per parlare un po’ con uno sconosciuto. Forse neppure esistono. Mi giro verso di loro e sorridono. Non so perché, ma mi sentivo così fottutamente felice nel vedere quelle bocche a 180 gradi e quei denti disposti come mattoni bianchi che avevo voglia di togliermi la maglietta, colorarmi il petto di blu e mordere a sangue una cannuccia fino a farne due pezzettini, tenerli nelle mani e battere il tempo sui loro denti e vederli scintillare di mille colori. “firestarter” dei prodigy, sei tu che mi istighi alla violenza e all’assurdo!. Aky si alza dal divanetto bianco e, solenne come un soldato chiamato al fronte, si avvia verso il bancone e chiede alla mia geisha altri due long island e un gin lemmon. Torna in pochi secondi con la solita faccia solenne ma con una medaglia all’onore sul petto. Sasa toglie la cannuccia e la butta per terra. Sorride e viaggia silenziosamente da buon intenditore. Aky continua a lottare per la sua giusta causa e si affonda sonoramente il suo gin lemmon. Chiedo alle fiche se vogliono un po’ del mio drink ma rifiutano e continuano a sorridere. Si scusano per non essersi presentate. Io non faccio lo stesso. Ma sorrido. Dopo cinque secondi non mi ricordavo i loro nomi, ma mi accorgo che sono in cinque e fino a pochi minuti fa pensavo fossero in tre. Ciò non mi sorprende. Cominciano a chiamarmi Andrea, come se fossimo amici da anni e la loro confidenza nei miei confronti si espande all’infinito e ciò cominciava un po’ ad infastidirmi. Ricomincio a degenerare con frasi senza senso e, grande sbaglio, comincio ad impallarmi con le luci del bancone. Calamità naturali, feste di natale al freddo, antilopi e polipi sventrati dalla sabbia, formiche impazzite e panini con la maionese che facevano le capriole per evitare i bicchieri sporchi dietro al bancone. Mi giravo a destra e vedevo Aky e Sasa impallati peggio di me. mi giravo a sinistra e vedevo le fiche con la bocca a 180 gradi e i detri di mille colori che si spostavano avanti ed indietro come i pulsanti di una navicella spaziale. Le luci del bancone si riavvicinavano sempre di più. Il viaggio era solo a metà e quei panini con la maionese erano spie che mi indicavano la strada per il papaia. Noi le seguimmo.

 

postato da: 2Andy3 alle ore 15:06 | Permalink | commenti (1)
categoria:
giovedì, 02 novembre 2006

 

 

 

I

 

 

 

I pranzi pronti stupiscono per la loro stranezza. Gusto e olfatto si rinnovano. Mai come in casa. Mai come in casa. Ti sfami di creazioni altrui. Magari conosci il gestore della rosticceria e ci parli costantemente di arte contemporanea. A lui piace Millet, quindi cucina pasti rustici e li prepara con spirituale dedizione. 5 euro. Grazie. Ciao. La carta stagnola risplende al sole. La carta stagnola risplende sempre. È il sole del pranzo pronto. Il mistero. A cena si mangia in casa o in qualche buco improvvisato custodito dai lampioni. Paghiamo il conto con pezzi di carta o di ferro. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Se non controllate il peso delle vostre tasche allora io sono il folle. Mangiare con affanno e non parlare. Vorrei donare l’eternità ai miei. La solita tovaglia, i soliti piatti di carta, il profumo delle mani di mia madre. Le battute di mio padre. La televisione che vive e splende di luce artificiale. Miliardi di case, appartamenti, buchi, ville, regge, harem. In tutto il mondo è la stessa cosa. I nostri occhi diventano televisori. Io sono il piatto che mangio. Anche le lucertole e i topi mangiano. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Ci si alza dalla tavola con un movimento di gambe quasi sempre imperfetto e goffo, si abbassano gli occhi quasi per dedizione o abitudine. Topi e lucertole rimangono nella stessa posizione. I ragni mangiano sulle ragnatele e quindi camminano. Si muovono. Bruciano grassi mangiando. Catturano. Non ingrassano. Avete mai visto un ragno grasso? Il mio piatto è un ragno grasso, la carta stagnola è un ragno grasso. Dio è un ragno grasso. Se un giorno vedessi un ragno grasso alla guida di un camion direi: è solo un ragno grasso. Se mangi la carne, non cagherai carne. Se mangi la pasta non cagherai pasta. Cagherai e basta. La merda è la simbiosi perfetta di un processo di digestione di cui non so spiegare i meccanismi o non ho voglia di studiarli. La merda è l’amore del corpo. Tutti i pasti di una giornata che si uniscono in un solo corpo solido. La merda è la pace ideale, la politica perfetta di uno stato perfetto. Che poi vada in qualche fogna o altrove non è importante. La merda è l’ideale romantico per antonomasia. La merda, al contrario di ciò che si dice, è dandy. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Il non fare colazione perché ci si sveglia tardi. La colazione che si trasforma in pranzo forzato. Pasta con gli asparagi o col sugo. Venerdì e sabato pranzi pronti, carta stagnola, innovazione sensoriale, voglia di dormire ancora. I cani mangiano di tutto e continuamente. La loro è una fame chimica immanente. Nascondono gli ossi sotto terra per mesi perché, forse, la terra fa reazione chimica con l’osso e crea una specie di droga che esalta l’organismo canino. I cani tengono agli ossi come i ragni alle ragnatele. Starei giorni interi davanti ad un cane con tonnellate di cibo per vederlo scoppiare o sudare freddo. Il mio orgoglio contro il suo. Dell’osso nessuna traccia. Gli occhi di un cane affamato, la gratitudine del rosticciere, le telefonate notturne di cui non ricordo nulla il giorno dopo, le razze in via d’estinzione, le sigarette di mia madre, la carta stagnola modellata e geometrizzata, Dio. Se non ne vedete l’assurdità allora il mio cervello è a folle.

 

II

 

 

Il natale, la pasqua, le vergini sgozzate, il mal di testa. Le nuvole a pecorelle. Dopo il giudizio dell’acqua arriverà quello del fuoco e l’arca di Noè trasporterà armi e soldati. L’ossigeno sarà solo un ricordo. Io mi costruirò occhiali dalle lenti di carta stagnola per farvi vedere quanto brillano i miei bellissimi occhi.

 

 

 

 

 

 

III

 

 

I telefoni squillano nei momenti meno adatti e quando vorresti che squillassero non hai un cazzo da fare e hai sempre da dire qualcosa a qualcuno. Topi, lucertole e ragni comunicano tra loro con la rugiada e se non piove non hanno nulla da dire. Le foglie non cadono in Autunno, siete voi che le vedete crollare ondeggiando e siete contenti di tutto ciò. Il tragico desta splendore. Il tragico è sublime. Il tragico è l’amore che si nasconde dietro la nostra volontà d’essere. Non farsi le seghe per parecchio tempo implica una forte voglia di scopare. Così forte da decretare la fine del mondo senza un discorso di annunciazione. Con le palle piene pedali più forte e le tue mète sono sempre raggiungibili. Spodesti Dio e lo mandi dolcemente a cagare. Anche la merda di Dio è amore. Egli ha creato il mondo in 6 giorni e il settimo si è riposato. Aveva bisogno di un po’ di calma e ha spento il cellulare. Forse non aveva più niente da dire. Se l’uomo si crea un Dio per affogare la sua limitatezza allora è proprio questa divinità ad avere il limite più grande. Non aver nulla da dire. E allora divertiamoci un po’: carneficine di massa, sniffiamo la sabbia e sorridiamo follemente al sole africano, cuciniamo l’insalata di riso in inverno e come secondo una pasta fredda con pomodorini freschi e mozzarella di bufala avariata. Se Dio non esiste allora tutto è permesso. In un mondo assurdo tutto è permesso.

 

 

IV

 

 

Le riunioni, le assemblee, i ritrovi, le manifestazioni. Gli agglomerati di massa. Resetta tutto. Ricominciamo: le riunioni, le assemblee, i ritrovi, le manifestazioni. Gli agglomerati di massa. Suoni, colori e geometria in movimento. Il suono della malinconia della gente è la nota alta che però non stona mai. E allora matematizziamo: quante parole vengono dette ogni giorno da tutti gli esseri emettenti suoni del globo? Quanti stringimani? Quanto amore è caduto dal buco del culo?

E tutti continuano a camminare. Progressione, silenzio, sorrisi occasionali, pensieri in vagabondaggio eterno, marijuana e testosterone, cavalli imbizzarriti dai fulmini, fulmini imbizzarriti da non so che cosa. Paranoia sulle targhe delle auto. Musei aperti la domenica = case chiuse dove gli occhi scopano l’antichità a pagamento. Tabaccai che alle spalle hanno centinaia di scritte porta-jella e li vedi sorridenti che contano le marche da bollo dietro un bancone di legno di noce tolto docilmente ad un essere che poteva vivere ancora 5 secoli. Le radici vengono buttate via. Un giorno ci scuoieranno vivi e butteranno via i nostri cervelli e i nostri cuori. Forse con il cuore inventeranno nuovi orologio che andranno a battiti e il tempo diventerà qualcosa di più umano. E credo che le scopate dureranno pochissimo. Ognuno avrà il suo tempo, la sua concezione temporale.

Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. La massa in progressione va guardata dall’alto. Dal basso assorbiresti solo la loro malinconia. Dall’alto potresti urlare alla massa con un megafono e indurli tutti a giocare a nascondino. Chi conta è l’orologio cardiaco.

 

 

V

 

La luna è il tesoro che il cielo custodisce.

 

 

 

 

 

VI

 

 

Ti amo, Italia. Amo le feste tradizionali in maschera dove si balla e si beve del pessimo vino che addormenta le ghiandole salivari. Amo il tuo stivale che non è mai riuscito a dare un bel calcio nel culo alle altre nazioni. Amo i tuoi programmi televisivi pomeridiani dove c’è tanto amore risucchiato dalla cannuccia dell’encefalogramma piatto. Amo il tuo giubileo che lascia merda e spazzatura ovunque. Amo la nostra lingua che è sconosciuta a tutte le altre nazioni. Amo i nostri prodotti alimentari e non capisco perché nel mondo non c’è una catena di mcdonald all’italiana. Amo il nostro medioevo moderno e i suoi roghi invisibili. Amo quando c’è un referendum e interviene il Vaticano e quindi Amo quando la massa crede che una sborrata è vita. Italia, io fumo Marijuana e tu non me lo permetti. Matrigna. Ma ti amo lo stesso perché disprezzo la tua legge. Ti amo e ti scoperei leccandoti lo stivale perché sono feticista. Forse è per questo che ti amo tanto. Il mio amore per te non finirà mai, Italia. Amo i monumenti romani lasciati a marcire nello smog. Amo gli scatti fotografici dei giapponesi che vivono sorridendo e portano la tua immagine nel sol levante. Amo i prezzi di piazza san Marco a Venezia. Amo tutto di te. Potrei narrarti infinite caratteristiche per le quali ti amo. Ora ho aperto gli occhi e ho disimparato ad amare.

 

 

 

VII

 

 

 

Militari tutti scuri di carnagione dai capelli ingellati e semi-rasati che se ne vanno in giro per le città elemosinando amore mediterraneo. Albanesi modellati da uno stampino col marchio dell’aquila nera. Cani randagi in cerca di molliche più grandi di quelle che mangiano i piccioni. Buste della spesa bianche. Sempre bianche. Solo bianche. Vecchi lupi che parlano di politica e di calcio. Impalcature vuote e tristi. Alberi inesistenti. Barbieri solitari che appoggiano le loro mani su poltrone in attesa di qualche cliente. Clienti di barbieri seduti sulle poltrone con mantelle bianche per accudire i capelli che cadono. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Biblioteche colme di studenti arrapati e soli. Pizzerie calde e addobbate con foto-ricordo e aria di cordialità asfissiante. Riunioni di partito per cambiare il mondo o semplicemente la propria condizione. Gente che cammina e non si accorge di vivere nel mondo. Il movimento della gente quando cammina è soprattutto un movimento di chiappe a mio avviso. Pantofole ferme nelle stanze da letto e pronte per essere indossate. Ragazzine che si specchiano sui vetri delle macchine e vanno in giro mano nella mano. Puntualmente vergini. Sgorbi e tossici che mendicano compassione sotto un sole che si schifa di scaldarli. Famigliole felici che spiegano ai loro figli il bene e il male. Passeggini vuoti trasportati da vecchie donne truccatissime che sognano di essere ancora giovani madri. Ospedali bianchi con gente bianca che ripara le macchine umane. Pasticcerie e forni aperti tutta la notte per sfamare noi chimici drogati. Se non ne vedete l’assurdità io sono il folle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII

 

 

E se il mondo crollando ci lasciasse a mani vuote? Mamma, Ylenia scrive sulle cartine! Come si chiamava il mio orsetto con il quale dormivo da piccolo?

 

 

 

IX

 

 

Soffrire d’insonnia implica paranoie notturne. Le peggiori. Il subentrare delle incognite, i pensieri sul futuro, la terza guerra mondiale, le piante carnivore con la fame chimica, le tombe senza nome, la sifilide. Dio. La notte sembra eterna ma è eterna solo quando non lo vorresti. Rifletti sul paradosso del linguaggio. Pensi alla stranezza del tuo nome o del tuo chiamarti. Rifletti sul suono e senti la tua voce, proprio la tua voce che chiama il tuo nome. Potresti anche modificare la tua voce nel pensiero e chiamarti con un suono differente. Ma la maggior parte delle volte è la tua ad essere la voce del pensiero. Una modificazione può solo essere momentanea e non immanente. Parti dal paradosso linguistico del tuo nome e lo proietti su altre parole, suoni, onomatopee. Sei una farfalla imprigionata dalla sabbia. Cerchi un po’ di fresco sulle mani o sulle braccia. Le infili sotto il cuscino ma sei consapevole che dopo qualche minuto dovrai toglierle. Dai piccoli calci alle coperte e sbuffi. Massaggi il piede sinistro con quello destro e viceversa. È buio. Ogni tanto guardi la finestra dalla quale esce una tiepidissima luce e cerchi sollievo dalla cecità. Suoni della notte percettibilissimi e piuttosto piacevoli. Pensieri sull’infanzia che si impongono. Voglia di comunicare le tue emozioni. Nessuno che ti ascolta. Nessuno che ti guarda. Nessuno che stacchi la tua spina.

 

 

 

 

X

 

 

Ti amo Marijuana, quando spalmi dolcemente la leggerezza sulle mie bellissime gambe. Ti amo, quando riscaldi la mia materia grigia e scacci via ogni negatività. Sei la mamma perfetta. Cullami e dimmi che la realtà è solo un brutto sogno. Ti amo Marijuana quando ti incontro insieme ad Ylenia, Renè, Aky e Manuel. Ti amo soprattutto quando mi dici che non sono come gli altri, che sono speciale, e che mi amerai per tutta la vita. Ti amo quando annuso il profumo del tuo sesso sul pollice e l’indice. Quando mi impasti la porta del respiro come una mamma che appoggia dolcemente del cioccolato in bocca al suo bambino. Sei la cura alla cruda realtà. Sei la musa degli artisti. Ogni tipo di negatività scompare grazie alla tua presenza. Il segreto della felicità entra dalla porta del respiro, transita per i polmoni e si purifica nel cervello. Grazie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XI

 

 

 

?1? ?+? ?1? ?=? ?2?

 

 

 

XII

 

 

 

Chi ci da il diritto di chiamare pazzi i cosiddetti malati di mente? Chi vi assicura che la pazzia sia realmente malattia mentale? La pazzia potrebbe essere la chiave dell’esistenza. I pazzi potrebbero conoscere il segreto della vita, dell’universo, la chiave di tutta questa assurdità. Messa in questo modo il pazzo è il re incontrastato di tutto e la nostra normalità una malattia curabile solo con la pazzia. Attraverso questo ragionamento possiamo cambiare il mondo proiettandolo su tutto ciò che conosciamo.  Ora le autostrade sono prati sconfinati dove le automobili vanno a polvere di petali di margherite. Ora non ci serve più respirare ossigeno per vivere, bensì stenderci tutti in qualche luogo a sputare in aria e riacchiappare lo sputo tenendo la bocca aperta. E dopo una mezzora ci alziamo soddisfatti di questo nuovo modo di respirare che ci basta per tutto il giorno senza fare alcun movimento toracico o di diaframma. Ora si fa sesso stimolando il gusto con del pollo fritto cinese, ora si pregano gli scatarri che troviamo sui fiumi immobili, ora veniamo cavalcati dai cavalli, ora salutiamo con le scorreggie che escono dagli occhi. Mamma, è pronta la cena?

 

 

 

XIII

 

 

 

Un bravo scrittore sa riconoscere i propri limiti. Io sono il peggior scrittore che la storia abbia mai conosciuto.

 

 

 

XIV

 

 

Gli alberi odierni saranno i libri di domani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XV

 

 

Ti ricordi le mie prime parole? E i miei primi passi? Ti ricordi la prima scopata e la prima canna? Wow che ricordi. Ma, ascolta: ricordi come ho imparato tutte queste cose in questi anni? Ricordi il primo bacio? Si, dai, quello impacciatissimo vicino ad un bar con una ragazza di nome Azzurra. Ti ricordi la prima volta che ho sostato inconsapevolmente sotto il mio albero al parco dei Canapè? Avevo i capelli colorati oppure no? Ero ancora un punk? Ti ricordi il campus forzato a Villa Candida dove volevano farmi entrare in acqua a tutti i costi e io non volevo?

Guarda, se ben ti ricordi avevo una paura assurda dell’acqua. E le manifestazioni scolastiche? Le assemblee d’istituto? I ditalini alle punkettone di Perugia? Dai, cazzo, quelle che il giorno dopo mi venivano a cercare e io ero irreperibile. Ti ricordi il primo giorno delle superiori quando avevo notato subito una ragazza riccia e bionda di nome Sara? Quella che il secondo giorno di scuola aveva un naso enorme e rimasi sbigottito perché il giorno prima il suo naso era normale. Dai, non fare lo smemorato…lo so che non te lo sei dimenticato. La prima sega? Cazzo, quella non te la puoi scordare, no!? Sulla vasca da bagno, dai. Ti prego, quella te la devi ricordare! Il fumo nepalese che quando lo bruciavi faceva l’olio? I puttan-tour a Perugia? Ti ricordi quella puttana di cui mi ero follemente innamorato? L’avrei portata via con me, davvero. Chissà che fine ha fatto. E le prime sigarette che non respiravo? I pomeriggi a fumare canne a casa di Samantha? Ti ricordi quando io e Aky abbiamo visto due cani lupo che sgranocchiavano un’istrice? Dai, cazzo, è stato un flash micidiale, di quelli che rimangono. Ti ricordi quando ho rotto il naso a Francesca Meniconi in terza elementare mentre stavamo giocando a mortal kombat nello stanzino? Veramente questo è un aneddoto particolare perché quel giorno rimasi impressionato da tanto sangue se rimembri. La panda nera che aveva mio padre? Le vacanze in Val di Fassa con Daniel Ritz? Come si chiamava quella ragazza di Roma che ho conosciuto al concerto a Siena? Te la ricordi? Per caso, ma solo per caso, ti ricordi la mia prima esibizione live? E la seconda? Ti ricordi le canzoni che mi cantava Alfea durante il tragitto casa – ospizio? Andreuccio nostro gagliardo e tosto: te lo ricordi chi me lo diceva? Non mi dire che non ti ricordi lo Zio Rolando, ti prego. E nonna Egle? Non sai quanto l’ho amata. Te la ricordi? Si che te la ricordi! Allora ti ricordi anche quando ho perso la mia infanzia, vero? Un’ultima domanda: che ne sarà di tutto ciò? Guarda che per me è importante!

 

 

 

XVI

 

 

Non si stancano mai le lancette dell’orologio di percorrere ogni giorno la stessa strada?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XVII

 

 

Gli ideali che cadono a contatto con la natura umana. Zigomi liquidi che spingono verso l’alto. Verso gli occhi. Trovano un muro e si ritirano. Ma sono sempre pronti alla rivolta. Paura, disgusto, insicurezza, disarmonia, contraddizione. Voglia improvvisa di estinguersi. La sconfitta che nuoce solo a chi non la sa accogliere o pensa di vincere sempre. Sotterrato. Non respiro o non ho voglia di respirare. Disonorato, spezzato, lacerato, spazzato via da una perfetta condizione. Uno straccio rimane sempre uno straccio, ma si sente soddisfatto alla fine di un lavoro di pulizia. Insoddisfazione, maledizione, paranoia assillante. Voglia di andarsene via. Lontano. Incredibilmente lontano.

 

 

 

XVIII

 

 

 

Progetti egoisticamente rettilinei che si intersecano con la compassione nella ballata della gente che si incontra negli spazi temporali sbagliati. Sagome impercettibili in lontananza indicano la distanza e non si distingue bene il tempo che impiegherai a percorrerla. Ricordi ricomposti a piacimento che formano puzzle di cui maledici il contorno che da vicino fa distinguere un pezzo di ricordo da un altro.. Astrazioni di insicurezze decomposte e lasciate marcire in mezze parole pronunciate con accenti sbagliati. Fragili intuizioni che sputano sulle coincidenze rese fredde dal sipario del nominalismo occasionale nascosto e poi divorato dagli acari dell’insicurezza. Oggetti e soggetti di senso comune intersecati a oggetti e soggetti assurdi in modo così insensibile da indurre al suicidio. Calamite perfette volgarizzate dalla parola sbagliata nello spazio temporale sbagliato che pensa di non essere sbagliato e allora non si cancella. Muscoli tesi e brividi incandescenti ammosciati da suoni cacofonici fuoriuscenti da porte del respiro poco degne dello spazio temporale che è apparentemente o egoisticamente perfetto. Silenzi introspettivi rotti da intuizioni fasulle che al momento servono da pausa anti-stress. Il muoversi degli arti verso una mèta che momentaneamente significa l’eternità ma che è resa irraggiungibile dal ripetersi nella mente di parole di cui ti penti di aver detto ma che in altra sede esalti con zigomi che spingono verso l’alto. Battaglie mentali dove non ci sono ne eroi ne vincitori e dove ti accorgi che il mondo non l’hai dipinto te.

 

 

XIX

 

 

Le foglie morte in primavera sono le vere vittime della rinascita primaverile. Mentre tutto fiorisce c’è sempre qualcuno o qualcosa che muore. Vi prego di non chiamarle leggi naturali. Vi prego di non schematizzare tutto ciò e di credere ancora una volta che una data causa debba avere per forza un dato effetto. Un fiore nascente che osserva una foglia morta è la macabra situazione primaverile. Spesso le foglie morte si posano sulle colorite distese dei fiori nascenti inconsapevoli dell’inverno e dell’oblio. E allora smettiamo di definire la primavera una rinascita. Il residuo della morte è palpabile. Non è solo un ricordo. È maledettamente osservabile.

 

 

 

 

 

 

XX

 

 

Gli uomini si sono sempre uccisi e sempre si uccideranno perché sono incazzati con Dio.

 

 

 

XXI

 

 

Esiste una guerra immanente, una tortura costante, un oblio che gioca ad essere la nostra ombra perfetta. Anche nella bara il nostro corpo ha la sua ombra. Anche le ceneri proiettano impercettibili ombre. Ovunque è luce e quindi ovunque è ombra. Tutto è l’ombra di tutto. Un albero proietta su di me la sua ombra e io proietto la mia su di lui. Tuttavia non possiamo illuminarci a vicenda. A volte mi chiedo se il sole abbia la sua ombra.

 

 

XXII

 

 

Rimandare continuamente ed inconsciamente la morte come unico scopo dell’esistenza. Le notti mi violentano come dee pagane prive di memoria. Pago il conto con attimi di vuoto e di tempo perso, buttato, bruciato, sgualcito. Avvelenato. Vado e torno procedendo lentamente nell’ebbrezza costante che divora ogni dimensione e riduce lo spazio in scatti colorati e inutili. Mi copro di tabacco mai bruciato per non sentire il freddo del nulla. Il vino banchetta con se stesso e marcisce nel silenzio e nel vetro. La voglia di urlare è come una diarrea dolorosa che spinge nel buco del culo. Svegliatevi tutti per sentire la puzza della mia merda e pregate che io scarichi il cesso. Sogno una sigaretta infinita e comincio a cambiare il mondo.

 

 

XXIII

 

 

 

XXIV

 

 

Prolungare i nostri attimi per non sentirsi soli o per opportunismo. Servirsi di concetti universali per placare gli animi di chi attende o spera in qualcosa di diverso. Prolungamenti di inutilità. Voglia di andarsene così lontano da non sentire più la puzza di alcun essere umano. Rigetto esistenziale portato ad estreme conseguenze. Menefreghismo, egoismo, carneficine sentimentali. Stanco di tutto ciò. Stanco delle paranoie mie e degli altri. Stanco degli altri e basta. Stanco di tutto. Di tutto proprio. Corpi freddi che spezzeresti con un soffio o un battito di ciglia. Mani che gestiscono legami spezzati in partenza. Destinati, appassiti, emigranti. Inutili.

 

 

 

 

 

 

 

XXV

 

 

Se morissero le metafore diventeremo alberi senza radici e il vento si rifiuterà di spazzare i nostri pensieri morti in autunno. Così vivremo sempre di ricordi e possibilità sprecate. Gli uccelli si poseranno sui nostri corpi per pietà o per empatia forzata. La morte passerà da noi più volte per schernire il nostro vivere, il nostro non divenire. Il nostro non mutare nel tempo. Soffocheremo ricoperti dai ricordi. L’ultima foglia che cadrà sarà il rimpianto e sulle nostre tombe crescerà l’ortica nera.

 

 

XXVI

 

 

Nessuno a cui comunicare ciò che provo: coincidenze perdute nell’egoismo costante dell’essere che rende l’attimo pesante ed ossessivo, posate con dei graffi sul manico che non mettiamo sulla tavola per scaramanzia, programmare le serate e poi subirsi violentemente la domenica, belle parole vanificate da fatti incoerenti ma tuttavia realistici, morte apparente di ogni sentimento poi esaltato da un gesto che regala l’illusione, voglia di regalarsi l’investitura di poeta in situazioni che te lo negano, nascondersi in false parole in situazioni studiate al momento per rendere il proprio egoismo consono all’attimo che per se stesso è già tragico, coprirsi d’ebbrezza solo per mettere ali di Icaro al tempo.

 

 

XXVII

 

 

C’è una farfalla notturna nella mia stanza che mi tiene compagnia. Vola inconsapevolmente tra gli oggetti di questa camera. Preferisce la luce al buio. Vivrà solo una notte e la vicinanza di qualcosa di brillante le farà scordare l’eterna tenebra che la attende. La amo più di ogni altra cosa in questo momento. Crea ombre velocissime e mi si avvicina spesso. Forse vuole essere ricordata. Presto uscirà da questa stanza piena di ricordi e si addentrerà in una notte che simboleggia tutta la sua esistenza. Le sue ombre, così veloci, simboleggiano la sua concezione temporale. Come appare bella una cosa che sta per morire!. Porta con se il fascino degli ultimi istanti e morire di notte è un destino meno crudele. Ora se ne è andata. Avete mai pianto per una farfalla notturna che muore muovendo le sue ali nella notte? Un’unica notte per imparare a volare e non rendersi conto di poterlo fare un’altra volta. E tutti stanno dormendo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXVIII

 

 

Ghiandola pineale di un simbiotico orgasmo. Sospiri a massimo volume che si intrecciano e voglia di divorare l’attimo e non digerirlo mai più tenendolo in corpo per l’eternità concessa. Le sue note alte stimolavano i miei movimenti così attenti ai suoi desideri, mentre le bianche coperte si ritiravano per lasciar posto al brivido. Pelle levigata, caldo nelle vene, tremore in “mi minore per pianoforte”. Sole inesistente e pioggia immanente. Mi disse: “uno dei più bei risvegli”.

 

 

 

XXIX

 

 

Spegnete ogni luce nella stanza e spegnete ogni tipo di luna, che sia reale o artificiale non importa. Vengo dal nulla prima che esso esistesse. Spegnete tutto.

postato da: 2Andy3 alle ore 11:32 | Permalink | commenti (1)
categoria: