I
I pranzi pronti stupiscono per la loro stranezza. Gusto e olfatto si rinnovano. Mai come in casa. Mai come in casa. Ti sfami di creazioni altrui. Magari conosci il gestore della rosticceria e ci parli costantemente di arte contemporanea. A lui piace Millet, quindi cucina pasti rustici e li prepara con spirituale dedizione. 5 euro. Grazie. Ciao. La carta stagnola risplende al sole. La carta stagnola risplende sempre. È il sole del pranzo pronto. Il mistero. A cena si mangia in casa o in qualche buco improvvisato custodito dai lampioni. Paghiamo il conto con pezzi di carta o di ferro. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Se non controllate il peso delle vostre tasche allora io sono il folle. Mangiare con affanno e non parlare. Vorrei donare l’eternità ai miei. La solita tovaglia, i soliti piatti di carta, il profumo delle mani di mia madre. Le battute di mio padre. La televisione che vive e splende di luce artificiale. Miliardi di case, appartamenti, buchi, ville, regge, harem. In tutto il mondo è la stessa cosa. I nostri occhi diventano televisori. Io sono il piatto che mangio. Anche le lucertole e i topi mangiano. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Ci si alza dalla tavola con un movimento di gambe quasi sempre imperfetto e goffo, si abbassano gli occhi quasi per dedizione o abitudine. Topi e lucertole rimangono nella stessa posizione. I ragni mangiano sulle ragnatele e quindi camminano. Si muovono. Bruciano grassi mangiando. Catturano. Non ingrassano. Avete mai visto un ragno grasso? Il mio piatto è un ragno grasso, la carta stagnola è un ragno grasso. Dio è un ragno grasso. Se un giorno vedessi un ragno grasso alla guida di un camion direi: è solo un ragno grasso. Se mangi la carne, non cagherai carne. Se mangi la pasta non cagherai pasta. Cagherai e basta. La merda è la simbiosi perfetta di un processo di digestione di cui non so spiegare i meccanismi o non ho voglia di studiarli. La merda è l’amore del corpo. Tutti i pasti di una giornata che si uniscono in un solo corpo solido. La merda è la pace ideale, la politica perfetta di uno stato perfetto. Che poi vada in qualche fogna o altrove non è importante. La merda è l’ideale romantico per antonomasia. La merda, al contrario di ciò che si dice, è dandy. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Il non fare colazione perché ci si sveglia tardi. La colazione che si trasforma in pranzo forzato. Pasta con gli asparagi o col sugo. Venerdì e sabato pranzi pronti, carta stagnola, innovazione sensoriale, voglia di dormire ancora. I cani mangiano di tutto e continuamente. La loro è una fame chimica immanente. Nascondono gli ossi sotto terra per mesi perché, forse, la terra fa reazione chimica con l’osso e crea una specie di droga che esalta l’organismo canino. I cani tengono agli ossi come i ragni alle ragnatele. Starei giorni interi davanti ad un cane con tonnellate di cibo per vederlo scoppiare o sudare freddo. Il mio orgoglio contro il suo. Dell’osso nessuna traccia. Gli occhi di un cane affamato, la gratitudine del rosticciere, le telefonate notturne di cui non ricordo nulla il giorno dopo, le razze in via d’estinzione, le sigarette di mia madre, la carta stagnola modellata e geometrizzata, Dio. Se non ne vedete l’assurdità allora il mio cervello è a folle.
II
Il natale, la pasqua, le vergini sgozzate, il mal di testa. Le nuvole a pecorelle. Dopo il giudizio dell’acqua arriverà quello del fuoco e l’arca di Noè trasporterà armi e soldati. L’ossigeno sarà solo un ricordo. Io mi costruirò occhiali dalle lenti di carta stagnola per farvi vedere quanto brillano i miei bellissimi occhi.
III
I telefoni squillano nei momenti meno adatti e quando vorresti che squillassero non hai un cazzo da fare e hai sempre da dire qualcosa a qualcuno. Topi, lucertole e ragni comunicano tra loro con la rugiada e se non piove non hanno nulla da dire. Le foglie non cadono in Autunno, siete voi che le vedete crollare ondeggiando e siete contenti di tutto ciò. Il tragico desta splendore. Il tragico è sublime. Il tragico è l’amore che si nasconde dietro la nostra volontà d’essere. Non farsi le seghe per parecchio tempo implica una forte voglia di scopare. Così forte da decretare la fine del mondo senza un discorso di annunciazione. Con le palle piene pedali più forte e le tue mète sono sempre raggiungibili. Spodesti Dio e lo mandi dolcemente a cagare. Anche la merda di Dio è amore. Egli ha creato il mondo in 6 giorni e il settimo si è riposato. Aveva bisogno di un po’ di calma e ha spento il cellulare. Forse non aveva più niente da dire. Se l’uomo si crea un Dio per affogare la sua limitatezza allora è proprio questa divinità ad avere il limite più grande. Non aver nulla da dire. E allora divertiamoci un po’: carneficine di massa, sniffiamo la sabbia e sorridiamo follemente al sole africano, cuciniamo l’insalata di riso in inverno e come secondo una pasta fredda con pomodorini freschi e mozzarella di bufala avariata. Se Dio non esiste allora tutto è permesso. In un mondo assurdo tutto è permesso.
IV
Le riunioni, le assemblee, i ritrovi, le manifestazioni. Gli agglomerati di massa. Resetta tutto. Ricominciamo: le riunioni, le assemblee, i ritrovi, le manifestazioni. Gli agglomerati di massa. Suoni, colori e geometria in movimento. Il suono della malinconia della gente è la nota alta che però non stona mai. E allora matematizziamo: quante parole vengono dette ogni giorno da tutti gli esseri emettenti suoni del globo? Quanti stringimani? Quanto amore è caduto dal buco del culo?
E tutti continuano a camminare. Progressione, silenzio, sorrisi occasionali, pensieri in vagabondaggio eterno, marijuana e testosterone, cavalli imbizzarriti dai fulmini, fulmini imbizzarriti da non so che cosa. Paranoia sulle targhe delle auto. Musei aperti la domenica = case chiuse dove gli occhi scopano l’antichità a pagamento. Tabaccai che alle spalle hanno centinaia di scritte porta-jella e li vedi sorridenti che contano le marche da bollo dietro un bancone di legno di noce tolto docilmente ad un essere che poteva vivere ancora 5 secoli. Le radici vengono buttate via. Un giorno ci scuoieranno vivi e butteranno via i nostri cervelli e i nostri cuori. Forse con il cuore inventeranno nuovi orologio che andranno a battiti e il tempo diventerà qualcosa di più umano. E credo che le scopate dureranno pochissimo. Ognuno avrà il suo tempo, la sua concezione temporale.
Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. La massa in progressione va guardata dall’alto. Dal basso assorbiresti solo la loro malinconia. Dall’alto potresti urlare alla massa con un megafono e indurli tutti a giocare a nascondino. Chi conta è l’orologio cardiaco.
V
La luna è il tesoro che il cielo custodisce.
VI
Ti amo, Italia. Amo le feste tradizionali in maschera dove si balla e si beve del pessimo vino che addormenta le ghiandole salivari. Amo il tuo stivale che non è mai riuscito a dare un bel calcio nel culo alle altre nazioni. Amo i tuoi programmi televisivi pomeridiani dove c’è tanto amore risucchiato dalla cannuccia dell’encefalogramma piatto. Amo il tuo giubileo che lascia merda e spazzatura ovunque. Amo la nostra lingua che è sconosciuta a tutte le altre nazioni. Amo i nostri prodotti alimentari e non capisco perché nel mondo non c’è una catena di mcdonald all’italiana. Amo il nostro medioevo moderno e i suoi roghi invisibili. Amo quando c’è un referendum e interviene il Vaticano e quindi Amo quando la massa crede che una sborrata è vita. Italia, io fumo Marijuana e tu non me lo permetti. Matrigna. Ma ti amo lo stesso perché disprezzo la tua legge. Ti amo e ti scoperei leccandoti lo stivale perché sono feticista. Forse è per questo che ti amo tanto. Il mio amore per te non finirà mai, Italia. Amo i monumenti romani lasciati a marcire nello smog. Amo gli scatti fotografici dei giapponesi che vivono sorridendo e portano la tua immagine nel sol levante. Amo i prezzi di piazza san Marco a Venezia. Amo tutto di te. Potrei narrarti infinite caratteristiche per le quali ti amo. Ora ho aperto gli occhi e ho disimparato ad amare.
VII
Militari tutti scuri di carnagione dai capelli ingellati e semi-rasati che se ne vanno in giro per le città elemosinando amore mediterraneo. Albanesi modellati da uno stampino col marchio dell’aquila nera. Cani randagi in cerca di molliche più grandi di quelle che mangiano i piccioni. Buste della spesa bianche. Sempre bianche. Solo bianche. Vecchi lupi che parlano di politica e di calcio. Impalcature vuote e tristi. Alberi inesistenti. Barbieri solitari che appoggiano le loro mani su poltrone in attesa di qualche cliente. Clienti di barbieri seduti sulle poltrone con mantelle bianche per accudire i capelli che cadono. Se non ne vedete l’assurdità allora io sono il folle. Biblioteche colme di studenti arrapati e soli. Pizzerie calde e addobbate con foto-ricordo e aria di cordialità asfissiante. Riunioni di partito per cambiare il mondo o semplicemente la propria condizione. Gente che cammina e non si accorge di vivere nel mondo. Il movimento della gente quando cammina è soprattutto un movimento di chiappe a mio avviso. Pantofole ferme nelle stanze da letto e pronte per essere indossate. Ragazzine che si specchiano sui vetri delle macchine e vanno in giro mano nella mano. Puntualmente vergini. Sgorbi e tossici che mendicano compassione sotto un sole che si schifa di scaldarli. Famigliole felici che spiegano ai loro figli il bene e il male. Passeggini vuoti trasportati da vecchie donne truccatissime che sognano di essere ancora giovani madri. Ospedali bianchi con gente bianca che ripara le macchine umane. Pasticcerie e forni aperti tutta la notte per sfamare noi chimici drogati. Se non ne vedete l’assurdità io sono il folle.
VIII
E se il mondo crollando ci lasciasse a mani vuote? Mamma, Ylenia scrive sulle cartine! Come si chiamava il mio orsetto con il quale dormivo da piccolo?
IX
Soffrire d’insonnia implica paranoie notturne. Le peggiori. Il subentrare delle incognite, i pensieri sul futuro, la terza guerra mondiale, le piante carnivore con la fame chimica, le tombe senza nome, la sifilide. Dio. La notte sembra eterna ma è eterna solo quando non lo vorresti. Rifletti sul paradosso del linguaggio. Pensi alla stranezza del tuo nome o del tuo chiamarti. Rifletti sul suono e senti la tua voce, proprio la tua voce che chiama il tuo nome. Potresti anche modificare la tua voce nel pensiero e chiamarti con un suono differente. Ma la maggior parte delle volte è la tua ad essere la voce del pensiero. Una modificazione può solo essere momentanea e non immanente. Parti dal paradosso linguistico del tuo nome e lo proietti su altre parole, suoni, onomatopee. Sei una farfalla imprigionata dalla sabbia. Cerchi un po’ di fresco sulle mani o sulle braccia. Le infili sotto il cuscino ma sei consapevole che dopo qualche minuto dovrai toglierle. Dai piccoli calci alle coperte e sbuffi. Massaggi il piede sinistro con quello destro e viceversa. È buio. Ogni tanto guardi la finestra dalla quale esce una tiepidissima luce e cerchi sollievo dalla cecità. Suoni della notte percettibilissimi e piuttosto piacevoli. Pensieri sull’infanzia che si impongono. Voglia di comunicare le tue emozioni. Nessuno che ti ascolta. Nessuno che ti guarda. Nessuno che stacchi la tua spina.
X
Ti amo Marijuana, quando spalmi dolcemente la leggerezza sulle mie bellissime gambe. Ti amo, quando riscaldi la mia materia grigia e scacci via ogni negatività. Sei la mamma perfetta. Cullami e dimmi che la realtà è solo un brutto sogno. Ti amo Marijuana quando ti incontro insieme ad Ylenia, Renè, Aky e Manuel. Ti amo soprattutto quando mi dici che non sono come gli altri, che sono speciale, e che mi amerai per tutta la vita. Ti amo quando annuso il profumo del tuo sesso sul pollice e l’indice. Quando mi impasti la porta del respiro come una mamma che appoggia dolcemente del cioccolato in bocca al suo bambino. Sei la cura alla cruda realtà. Sei la musa degli artisti. Ogni tipo di negatività scompare grazie alla tua presenza. Il segreto della felicità entra dalla porta del respiro, transita per i polmoni e si purifica nel cervello. Grazie.
XI
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XII
Chi ci da il diritto di chiamare pazzi i cosiddetti malati di mente? Chi vi assicura che la pazzia sia realmente malattia mentale? La pazzia potrebbe essere la chiave dell’esistenza. I pazzi potrebbero conoscere il segreto della vita, dell’universo, la chiave di tutta questa assurdità. Messa in questo modo il pazzo è il re incontrastato di tutto e la nostra normalità una malattia curabile solo con la pazzia. Attraverso questo ragionamento possiamo cambiare il mondo proiettandolo su tutto ciò che conosciamo. Ora le autostrade sono prati sconfinati dove le automobili vanno a polvere di petali di margherite. Ora non ci serve più respirare ossigeno per vivere, bensì stenderci tutti in qualche luogo a sputare in aria e riacchiappare lo sputo tenendo la bocca aperta. E dopo una mezzora ci alziamo soddisfatti di questo nuovo modo di respirare che ci basta per tutto il giorno senza fare alcun movimento toracico o di diaframma. Ora si fa sesso stimolando il gusto con del pollo fritto cinese, ora si pregano gli scatarri che troviamo sui fiumi immobili, ora veniamo cavalcati dai cavalli, ora salutiamo con le scorreggie che escono dagli occhi. Mamma, è pronta la cena?
XIII
Un bravo scrittore sa riconoscere i propri limiti. Io sono il peggior scrittore che la storia abbia mai conosciuto.
XIV
Gli alberi odierni saranno i libri di domani.
XV
Ti ricordi le mie prime parole? E i miei primi passi? Ti ricordi la prima scopata e la prima canna? Wow che ricordi. Ma, ascolta: ricordi come ho imparato tutte queste cose in questi anni? Ricordi il primo bacio? Si, dai, quello impacciatissimo vicino ad un bar con una ragazza di nome Azzurra. Ti ricordi la prima volta che ho sostato inconsapevolmente sotto il mio albero al parco dei Canapè? Avevo i capelli colorati oppure no? Ero ancora un punk? Ti ricordi il campus forzato a Villa Candida dove volevano farmi entrare in acqua a tutti i costi e io non volevo?
Guarda, se ben ti ricordi avevo una paura assurda dell’acqua. E le manifestazioni scolastiche? Le assemblee d’istituto? I ditalini alle punkettone di Perugia? Dai, cazzo, quelle che il giorno dopo mi venivano a cercare e io ero irreperibile. Ti ricordi il primo giorno delle superiori quando avevo notato subito una ragazza riccia e bionda di nome Sara? Quella che il secondo giorno di scuola aveva un naso enorme e rimasi sbigottito perché il giorno prima il suo naso era normale. Dai, non fare lo smemorato…lo so che non te lo sei dimenticato. La prima sega? Cazzo, quella non te la puoi scordare, no!? Sulla vasca da bagno, dai. Ti prego, quella te la devi ricordare! Il fumo nepalese che quando lo bruciavi faceva l’olio? I puttan-tour a Perugia? Ti ricordi quella puttana di cui mi ero follemente innamorato? L’avrei portata via con me, davvero. Chissà che fine ha fatto. E le prime sigarette che non respiravo? I pomeriggi a fumare canne a casa di Samantha? Ti ricordi quando io e Aky abbiamo visto due cani lupo che sgranocchiavano un’istrice? Dai, cazzo, è stato un flash micidiale, di quelli che rimangono. Ti ricordi quando ho rotto il naso a Francesca Meniconi in terza elementare mentre stavamo giocando a mortal kombat nello stanzino? Veramente questo è un aneddoto particolare perché quel giorno rimasi impressionato da tanto sangue se rimembri. La panda nera che aveva mio padre? Le vacanze in Val di Fassa con Daniel Ritz? Come si chiamava quella ragazza di Roma che ho conosciuto al concerto a Siena? Te la ricordi? Per caso, ma solo per caso, ti ricordi la mia prima esibizione live? E la seconda? Ti ricordi le canzoni che mi cantava Alfea durante il tragitto casa – ospizio? Andreuccio nostro gagliardo e tosto: te lo ricordi chi me lo diceva? Non mi dire che non ti ricordi lo Zio Rolando, ti prego. E nonna Egle? Non sai quanto l’ho amata. Te la ricordi? Si che te la ricordi! Allora ti ricordi anche quando ho perso la mia infanzia, vero? Un’ultima domanda: che ne sarà di tutto ciò? Guarda che per me è importante!
XVI
Non si stancano mai le lancette dell’orologio di percorrere ogni giorno la stessa strada?
XVII
Gli ideali che cadono a contatto con la natura umana. Zigomi liquidi che spingono verso l’alto. Verso gli occhi. Trovano un muro e si ritirano. Ma sono sempre pronti alla rivolta. Paura, disgusto, insicurezza, disarmonia, contraddizione. Voglia improvvisa di estinguersi. La sconfitta che nuoce solo a chi non la sa accogliere o pensa di vincere sempre. Sotterrato. Non respiro o non ho voglia di respirare. Disonorato, spezzato, lacerato, spazzato via da una perfetta condizione. Uno straccio rimane sempre uno straccio, ma si sente soddisfatto alla fine di un lavoro di pulizia. Insoddisfazione, maledizione, paranoia assillante. Voglia di andarsene via. Lontano. Incredibilmente lontano.
XVIII
Progetti egoisticamente rettilinei che si intersecano con la compassione nella ballata della gente che si incontra negli spazi temporali sbagliati. Sagome impercettibili in lontananza indicano la distanza e non si distingue bene il tempo che impiegherai a percorrerla. Ricordi ricomposti a piacimento che formano puzzle di cui maledici il contorno che da vicino fa distinguere un pezzo di ricordo da un altro.. Astrazioni di insicurezze decomposte e lasciate marcire in mezze parole pronunciate con accenti sbagliati. Fragili intuizioni che sputano sulle coincidenze rese fredde dal sipario del nominalismo occasionale nascosto e poi divorato dagli acari dell’insicurezza. Oggetti e soggetti di senso comune intersecati a oggetti e soggetti assurdi in modo così insensibile da indurre al suicidio. Calamite perfette volgarizzate dalla parola sbagliata nello spazio temporale sbagliato che pensa di non essere sbagliato e allora non si cancella. Muscoli tesi e brividi incandescenti ammosciati da suoni cacofonici fuoriuscenti da porte del respiro poco degne dello spazio temporale che è apparentemente o egoisticamente perfetto. Silenzi introspettivi rotti da intuizioni fasulle che al momento servono da pausa anti-stress. Il muoversi degli arti verso una mèta che momentaneamente significa l’eternità ma che è resa irraggiungibile dal ripetersi nella mente di parole di cui ti penti di aver detto ma che in altra sede esalti con zigomi che spingono verso l’alto. Battaglie mentali dove non ci sono ne eroi ne vincitori e dove ti accorgi che il mondo non l’hai dipinto te.
XIX
Le foglie morte in primavera sono le vere vittime della rinascita primaverile. Mentre tutto fiorisce c’è sempre qualcuno o qualcosa che muore. Vi prego di non chiamarle leggi naturali. Vi prego di non schematizzare tutto ciò e di credere ancora una volta che una data causa debba avere per forza un dato effetto. Un fiore nascente che osserva una foglia morta è la macabra situazione primaverile. Spesso le foglie morte si posano sulle colorite distese dei fiori nascenti inconsapevoli dell’inverno e dell’oblio. E allora smettiamo di definire la primavera una rinascita. Il residuo della morte è palpabile. Non è solo un ricordo. È maledettamente osservabile.
XX
Gli uomini si sono sempre uccisi e sempre si uccideranno perché sono incazzati con Dio.
XXI
Esiste una guerra immanente, una tortura costante, un oblio che gioca ad essere la nostra ombra perfetta. Anche nella bara il nostro corpo ha la sua ombra. Anche le ceneri proiettano impercettibili ombre. Ovunque è luce e quindi ovunque è ombra. Tutto è l’ombra di tutto. Un albero proietta su di me la sua ombra e io proietto la mia su di lui. Tuttavia non possiamo illuminarci a vicenda. A volte mi chiedo se il sole abbia la sua ombra.
XXII
Rimandare continuamente ed inconsciamente la morte come unico scopo dell’esistenza. Le notti mi violentano come dee pagane prive di memoria. Pago il conto con attimi di vuoto e di tempo perso, buttato, bruciato, sgualcito. Avvelenato. Vado e torno procedendo lentamente nell’ebbrezza costante che divora ogni dimensione e riduce lo spazio in scatti colorati e inutili. Mi copro di tabacco mai bruciato per non sentire il freddo del nulla. Il vino banchetta con se stesso e marcisce nel silenzio e nel vetro. La voglia di urlare è come una diarrea dolorosa che spinge nel buco del culo. Svegliatevi tutti per sentire la puzza della mia merda e pregate che io scarichi il cesso. Sogno una sigaretta infinita e comincio a cambiare il mondo.
XXIII
XXIV
Prolungare i nostri attimi per non sentirsi soli o per opportunismo. Servirsi di concetti universali per placare gli animi di chi attende o spera in qualcosa di diverso. Prolungamenti di inutilità. Voglia di andarsene così lontano da non sentire più la puzza di alcun essere umano. Rigetto esistenziale portato ad estreme conseguenze. Menefreghismo, egoismo, carneficine sentimentali. Stanco di tutto ciò. Stanco delle paranoie mie e degli altri. Stanco degli altri e basta. Stanco di tutto. Di tutto proprio. Corpi freddi che spezzeresti con un soffio o un battito di ciglia. Mani che gestiscono legami spezzati in partenza. Destinati, appassiti, emigranti. Inutili.
XXV
Se morissero le metafore diventeremo alberi senza radici e il vento si rifiuterà di spazzare i nostri pensieri morti in autunno. Così vivremo sempre di ricordi e possibilità sprecate. Gli uccelli si poseranno sui nostri corpi per pietà o per empatia forzata. La morte passerà da noi più volte per schernire il nostro vivere, il nostro non divenire. Il nostro non mutare nel tempo. Soffocheremo ricoperti dai ricordi. L’ultima foglia che cadrà sarà il rimpianto e sulle nostre tombe crescerà l’ortica nera.
XXVI
Nessuno a cui comunicare ciò che provo: coincidenze perdute nell’egoismo costante dell’essere che rende l’attimo pesante ed ossessivo, posate con dei graffi sul manico che non mettiamo sulla tavola per scaramanzia, programmare le serate e poi subirsi violentemente la domenica, belle parole vanificate da fatti incoerenti ma tuttavia realistici, morte apparente di ogni sentimento poi esaltato da un gesto che regala l’illusione, voglia di regalarsi l’investitura di poeta in situazioni che te lo negano, nascondersi in false parole in situazioni studiate al momento per rendere il proprio egoismo consono all’attimo che per se stesso è già tragico, coprirsi d’ebbrezza solo per mettere ali di Icaro al tempo.
XXVII
C’è una farfalla notturna nella mia stanza che mi tiene compagnia. Vola inconsapevolmente tra gli oggetti di questa camera. Preferisce la luce al buio. Vivrà solo una notte e la vicinanza di qualcosa di brillante le farà scordare l’eterna tenebra che la attende. La amo più di ogni altra cosa in questo momento. Crea ombre velocissime e mi si avvicina spesso. Forse vuole essere ricordata. Presto uscirà da questa stanza piena di ricordi e si addentrerà in una notte che simboleggia tutta la sua esistenza. Le sue ombre, così veloci, simboleggiano la sua concezione temporale. Come appare bella una cosa che sta per morire!. Porta con se il fascino degli ultimi istanti e morire di notte è un destino meno crudele. Ora se ne è andata. Avete mai pianto per una farfalla notturna che muore muovendo le sue ali nella notte? Un’unica notte per imparare a volare e non rendersi conto di poterlo fare un’altra volta. E tutti stanno dormendo.
XXVIII
Ghiandola pineale di un simbiotico orgasmo. Sospiri a massimo volume che si intrecciano e voglia di divorare l’attimo e non digerirlo mai più tenendolo in corpo per l’eternità concessa. Le sue note alte stimolavano i miei movimenti così attenti ai suoi desideri, mentre le bianche coperte si ritiravano per lasciar posto al brivido. Pelle levigata, caldo nelle vene, tremore in “mi minore per pianoforte”. Sole inesistente e pioggia immanente. Mi disse: “uno dei più bei risvegli”.
XXIX
Spegnete ogni luce nella stanza e spegnete ogni tipo di luna, che sia reale o artificiale non importa. Vengo dal nulla prima che esso esistesse. Spegnete tutto.